Olivetti, o il capitalismo italiano come doveva essere

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Suo padre Camillo, il fondatore della fabbrica, lo aveva ammonito, in termini perentori: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». E allora il figlio, Adriano Olivetti, si diede da fare e diventò non solo il più illuminato fra gli imprenditori italiani ma anche un intellettuale di respiro universale, quasi un alieno nell’Italia del secondo dopoguerra, soffocata dai dogmi e dai compromessi democristiani e comunisti. Ha molto da insegnare Olivetti, oggi ancor più di ieri, agli imprenditori di casa nostra, e ancor più ai politici che vivacchiano senza una straccio di un’idea e agli intellettuali che si illudono di pensare mentre stanno solo rimuginando pensieri morti da decenni.

adriano-olivettiUn’ottima occasione per imparare da lui è rileggersi le sue opere, che da qualche mese, provvidenzialmente, la casa editrice da lui fondata, le “Edizioni di Comunità” sta riportando in libreria. Leggendo il pamphlet Democrazia senza partiti, i discorsi Ai lavoratori, il piccolo saggio Il cammino della Comunità si coglie tutta la grandezza di quest’uomo nato nell’estremo nord-ovestitaliano, con un’idea dell’impresa e della società in estrema antitesi con quella, purtroppo vincente, monopolista e complice della peggiore politica italiana, nata nella vicina Torino.

Fin dagli anni ’30, dopo aver imparato la tecnica dell’organizzazione industriale nelle grandi fabbriche statunitensi, Olivetti decise di non importare quel modello acriticamente, di non trascurare la qualità della vita e del lavoro degli operai a favore del profitto. E quest’ultimo doveva riversarsi nell’intera comunità territoriale intorno allo stabilimento, diventare occasione di arricchimento non solo materiale per tutti, ma anche culturale e (per usare una parola di cui non aveva paura) spirituale. Con la collaborazione di pubblicitari, architetti, designer all’avanguardia, inventò così “lo stile Olivetti” che diede forma alle macchine per scrivere, agli arredi d’ufficio, all’urbanistica, ai pionieristici servizi sociali per i lavoratori. Il mondo gli riconobbe questo talento visionario, tant’è vero che un esemplare della mitica “Lettera 22” ed uno della “Lexicon 80” entrarono a far parte della collezione permanente del Moma di New York. Non solo imprenditoria, dunque, ma arte contemporanea.

Ma la vera arte è quella del vivere, deltrasformare la società. E l’Olivetti politico è ancora più interessante ed urgente da riscoprire. Rifugiato in Svizzera perché antifascista, nel 1944 scrisse L’Ordine politico della Comunità, ben consapevole del fallimento dell’ideologia socialista, del fatto che la proposta politica dei cattolici avrebbe avuto molto poco di spirituale e di radicalmente democratico. E ancora più consapevole dei possibili esiti totalitari dello statalismo. I contenuti del volume vennero discussi durante la stesura con due grandi liberali come Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, ma oseremmo affermare che Olivetti riuscì a superarli per coraggio ed intraprendenza. Il suo «stato secondo le leggi dello spirito» proponeva «una Comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri». Intimamente convinto che «nessun uomo, neanche il più povero, il più debole, può appartenere alla Stato», l’ingegnere di Ivrea voleva unfederalismo radicale, con il potere statale ridotto al minimo, alla semplice tutela delle libertà individuali. «Contro lo Stato», scriveva, «non ho bisogno di spendere troppe parole. Lo Stato è troppo lontano fisicamente e moralmente dai nostri problemi e dai nostri interessi». Spettava invece alle forze dell’economia, di un’economia solidale e fraterna e a quelle della cultura la missione di far crescere la comunità.

Olivetti volava alto, troppo alto per un’Italia ancora troppo provinciale. Qualche anno fa lafondazione a lui intitolata ha pubblicato un volume che elenca i libri presenti nella sua biblioteca. Accanto a saggi di management e di sociologia c’erano le opere di grandi pensatori cristiani, addirittura saggi sul buddismo e sulla teosofia, a dimostrare l’universalità e l’orizzonte vastissimo dei suoi interessi.

Dopo la sua morte prematura, nel 1960, quell’orizzonte venne tradito, diminuito e svenduto, anche con la complicità di quelli che erano i suoi avversari nel concepire il ruolo dell’impresa e delle forze produttive. Dimentico della lezione anche politica del grande piemontese, l’Italia piombò in tensione sociali che sfociarono nel terrorismo e nella peggiore partitocrazia d’Occidente. Ma forse non è troppo tardi per risolversi, per provare a costruire una paese fondato su comunità autonome, libere dall’invadenza statale e con lo sguardo rivolto ai valori dello spirito.

Last modified: 30 ottobre 2013