2014 Archive

Boldrini alla Grande Moschea

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Per la presidente della Camera Laura Boldrini “l’islam è pace” mentre l’Isis “sta espopriando l’islam”!
Ieri, nel venerdì della preghiera collettiva islamica, la Boldrini si è recata in visita alla Grande Moschea di Roma per partecipare a un incontro dal titolo auto-assolutorio: “No al terrorismo! L’Islam è religione di pace”.
La Boldrini si è presentata salutando in arabo “Salam aleikum”. Ha detto: “Qui mi sento a mio agio e non ho paura”. Ha solidarizzato con i musulmani: “Tanti di voi sono messi all’angolo per colpa della propaganda e spero che gli italiani sappiano distinguere”. Perché, ha spiegato la Boldrini, “l’islam non è l’Isis. L’islam è pace e l’Isis è terrore, minaccia per il mondo intero”, “l’Isis non è una minaccia per l’Occidente ma per il mondo intero. Le prime vittime sono i musulmani perché si pretende di fare tutto questo in nome dell’islam ma tutto questo voi non lo dovete permettere, perché vi stanno espropriando della vostra religione”. La Boldrini, affiancata dall’imam Muhammad Hassan Abdulghaffar, ha concluso riecheggiando le parole dei Papi: “No alla violenza in nome di Dio”.
La tesi della Boldrini è quella propagandata dalla maggioranza dei musulmani: “L’islam è una religione che predica pace, amore e fraternità”, mentre i terroristi islamici “sono una infima minoranza che travisa e tradisce il vero islam”. Fermo restando la distinzione che va sempre fatta tra le persone e la religione, fermo restando il rispetto che non deve mai mancare nei confronti delle persone in un contesto dove la responsabilità soggettiva per i propri atti vale anche per i musulmani, mi domando di quale islam parli la Boldrini, mi domando se ha mai letto il Corano e la biografia ufficiale di Maometto. Perché, le assicuro, in quei testi che sono i due pilastri dell’islam, c’è solo apologia di odio, violenza e morte nei confronti degli ebrei, dei cristiani, degli infedeli, degli apostati, degli adulteri e degli omosessuali. E Maometto è stato un guerriero che ha combattuto, ucciso e decapitato a centinaia con le proprie mani.

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Prima adozione gay. Salvini: sarebbe la fine della civiltà

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«Il classico caso in cui il giudice costruisce una sua soluzione forzando la legge e stravolgendo l’impostazione del legislatore».

 

Il classico caso in cui il giudice costruisce una sua soluzione forzando la legge e stravolgendo l’impostazione del legislatore». Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta, è stato durissimo con la presidente del Tribunale dei Minori di Roma, Melita Cavallo, che ha deciso di permettere ad una coppia gay l’adozione di una bimba: si tratta della prima adozione da parte di una coppia di lesbiche in questo Paese. Netta la posizione del Carroccio. Secondo il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini «sarebbe la fine della civiltà. Non possono essere i giudici a decidere e a sostituirsi alla politica. E’ la politica che deve decidere. Per quel che ci riguarda: mai figli a coppie gay». I capigruppo leghisti di Camera e Senato, Massimiliano Fedriga e Gianmarco Centinaio, hanno attivato le procedure per chiedere alle Camere di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Secondo i due esponenti leghisti «il tribunale per i minori di Roma non può sostituirsi al parlamento. L’adozione della coppia omosessuale è illegittima». «La legge 184 stabilisce che per le adozioni servano 3 anni di convivenza “more uxorio” e che la coppia debba essere sposata al momento della richiesta. Ma il matrimonio omosessuale non è giuridicamente possibile». La stessa sentenza della consulta sull’eterologa, hanno ricordato i due capigruppo, non «ha messo in dubbio il principio in base al quale alla fecondazione eterologa debbano ricorrere coppie eterosessuali». Nel testo Fedriga e Centinaio ricordano che per la Costituzione la famiglia è una «società naturale fondata sul matrimonio» (articolo 29) e che anche accademici come il prof D’Agostino (università di Roma Tor Vergata) hanno contestato la decisione dei giudici (“crea vincoli familiari in contesti ignorati dalla legge”). Per il Carroccio si tratta di una «sentenza politica e ideologica, che sconfina dalle competenze di un tribunale. Riportiamo ordine istituzionale. Servono massime attenzioni e cautele, non accettiamo indebite invasioni di campo, tanto più se di mezzo ci sono bambini e materie particolarmente sensibili sotto il profilo etico. Il parlamento ha il dovere morale di fare chiarezza». La bimba oggetto di questo “esperimento giudiziario” ha cinque anni e vive con la mamma biologica e la sua compagna. Il Tribunale dei Minorenni di Roma, per la prima volta in Italia, ha riconosciuto alla bambina il diritto a essere adottata dalla propria “mamma sociale” e a prendere il doppio cognome. La bimba è nata in Spagna con procreazione assistita eterologa. La scelta è caduta sul Paese iberico perché è qui che vive il fratello di una delle donne ed è a casa sua che la coppia ha soggiornato. Dopo la nascita, la coppia ha deciso di sposarsi, sempre in Spagna. Tecnicamente, quella autorizzata dal Tribunale è una “stepchild adoption”, un modello già sperimentato da anni all’estero (in Danimarca da venti): il Tribunale ha accolto il ricorso della coppia, consentendo l’adozione della bimba da parte della sola mamma sociale. Lo ha fatto nonostante il parere negativo del pm. Un risultato che poggia sull’art. 44 della legge sull’adozione del 4 maggio 1983, n.184, modificata dalla legge 149/2001, sulle adozioni particolari e che ha sorpreso tutti, anche le stesse ricorrenti, le quali stavano trascorrendo un periodo di vacanza. Secondo il dispositivo della sentenza “se l’adozione è consentita a coppie eterosessuali non sposate ed a singoli, sarebbe discriminatorio non consentirla anche alle coppie omosessuali o ai singoli gay o lesbiche”. Altro che interesse dei minori. Secondo Mirabelli, la vicenda non è ancora finita: adesso ”il pm può appellarsi e fare ricorso, quindi nulla è ancora detto. Se passasse questa linea, il rischio è che tutti i minori potrebbero essere adottati”.

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«Stop a tutte le missioni se non ci ridate i marò». Vince la linea leghista

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I marò a casa oppure stop alla partecipazione italiana alle missioni anti-pirateria. Dopo l’ischemia che ha colpito Massimiliano Latorre, la Lega dà la sveglia al Governo e il Governo, sorprendentemente, recepisce lo stimolo. «La misura è colma! – attacca Gianluca Piniillustrando l’emendamento proposto dal Carroccio al decreto missioni – E’ tempo di azioni concrete e segnali chiari e forti. Se Latorre eGirone non faranno immediatamente ritorno a casa il governo deve ritirare l’appoggio alle operazioni anti-pirateria nell’Oceano Indiano. Se soluzione internazionale dev’essere, non staremo un minuto di più a prestare aiuti a chi non ce ne garantisce». 
Nel duro testo leghista si dice che «la partecipazione di personale e mezzi militari italiani alle missioni antipirateria dell’Ue (Atalanta) e Nato (Ocean Shield) è sospesa fino alla completa definizione del contenzioso sul caso-marò». Il Governo riformula leggerissimamente il testo, tanto per dire di averlo modificato, e lo approva. «Nessun contributo di mezzi e militari italiani all’Ue e alla Nato nell’ambito delle missioni Atalanta e Ocean Shield – si legge nel nuovo testo – se i marò non faranno immediatamente ritorno a casa». 
Incalzato dalla Lega, dunque, il Governo comincia, almeno sulla carta, a fare la voce grossa. L’empasse, in effetti, stava diventando incresciosa. «Questo governo è ridicolo -osservava in mattinataMatteo Salvini -. Mentre soccorriamo migliaia di immigrati non riusciamo a riportare a casa i nostri due soldati prigionieri. E visto che le sanzioni vanno tanto di moda, scioccamente, contro la Russia, potremmo evocarle contro l’India». 
La versione integrale sul quotidiano

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Clandestini in hotel, italiani sempre più poveri e cristiani massacrati nel mondo

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Nel silenzio dell’Unione Europea continua l’operazione Mare Nostrum, interamente a carico dei contribuenti italiani ovviamente. Centomila gli sbarchi previsti entro l’estate; numeri che fanno rabbrividire pensando che dovremo mantenerli tutti, vitto e alloggio, senza l’aiuto di nessuno.
Credo che se buona parte degli Stati Islamici adottasse un trattamento simile nei nostri confronti potremmo provare a vedere di buon occhio questa “operazione di salvataggio”. Cosa tuttavia non possibile visto il trattamento riservato alle comunità cristiane che vivono nei paesi da cui questi migranti in buona parte provengono; quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, ovviamente di nuovo nel silenzio di Unione Europea e spesso anche dei media, è uno sterminio di massa di tutti coloro che non sono disposti a convertirsi all’Islam. In Iraq case marchiate con la lettera N (di Nazaret), perché questi siano riconoscibili da tutti e non vengano trattati al pari degli altri, bensì espropriati di ogni bene e abbandonati in mezzo al deserto, senza documenti e spesso persino senza vestiti e scarpe.
Anche l’Avvenire, quotidiano dei Vescovi, farebbe bene a occuparsi di più di queste vicende, cercando di portare l’attenzione collettiva su questi avvenimenti, che spesso si tende a ignorare essendo lontani dalla nostra realtà, invece che fare politica tentando di denigrare Matteo Salvini per le sue prese di posizione nei confronti dell’operazione Mare Nostrum.
Ci si chiede sempre di più a cosa serva far parte di una Comunità Europea in cui gli interessi locali vengono totalmente distrutti a favore di economie nelle quali spesso non si rispettano neanche i diritti dei lavoratori e in cui i paesi membri non vengono aiutati, bensì costretti a finanziare l’ingresso di Stati che porterebbero più depressione che ricchezza.

Movimento Giovani Padani Modena
Giacomo Torricelli

Modena, 23-07-2014

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Le radici cristiane sono il nostro DNA che nulla o nessuno potrà mai cancellare

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Una decisione di Massimo Bitonci, sindaco leghista di Padova, ha scatenato l’ennesima bufera mediatica sulla liceità e l’opportunità dell’affissione del crocifisso nei luoghi pubblici in Italia. Il sindaco ha preso la decisione di dotare a spese del Comune ogni pubblico edificio di crocifissi da esporre obbligatoriamente. Ha quindi dichiarato il Bitonci con piglio autoritario che “Ora, in tutti gli edifici e le scuole ci sarà un bel crocifisso obbligatorio, e guai a chi lo tocca”.

I primi ad insorgere contro il sindaco patavino sono una coppia di coniugi, tali Massimo Albertin con la moglie di origine finlandese Soile Tuulikki Lautsi i quali nel 2002 avviarono una lunga ed irriducibile battaglia finita alla Corte d’Europa contro l’esposizione del crocifisso nell’istituto di Abano Terme “Vittorino da Feltre”, la scuola frequentata dalle figlie. Dapprima essi si rivolsero al Consiglio d’Istituto che respinse la loro assurda richiesta. Ergo si rivolsero al Tar del Veneto e poi, non ottenendola vinta, sempre più su, alla Corte Costituzionale, al Consiglio di Stato, alla Corte Europea per i diritti dell’uomo ed infine alla Grande Camera, il grado d’appello della Corte Europea, la quale nella sua ultima e definitiva pronuncia ha ritenuto legittima l’esposizione del crocifisso, stabilendo che “le autorità competenti hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l’Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell’esercizio delle funzioni che assume nell’ambito dell’educazione e dell’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l’istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche”.

Un caso analogo, seguito dalla stessa conclusione, si ebbe a settembre del 2003, quando il fondamentalista islamico di origini egiziano-scozzesi Adel Smith pretese di togliere il crocifisso dalle aule dell’Istituto Navelli di Ofena (L’Aquila) frequentata dai figli. Si precisa che dopo aver inscenato false aggressioni e simulato crocifissioni mai avvenute subite da parte di cristiani, lo stesso Smith subì varie condanne, tra le quali una a cinque anni per falso e truffa. Tanto per dire di che pasta sono quelli che si “adombrano e si inquietano nel vedere un crocifisso” un innocuo simbolo universale della pace, della bontà e dell’umana solidarietà.

Nel filone crocifisso il caso più inquietante fu rappresentato da un giudice, cioè da uno che avrebbe dovuto far rispettare una legge che invece lui era il primo a violare deliberatamente. Parliamo di Luigi Tosti, il magistrato adepto di un partito settario ed antidemocratico denominato Democrazia Atea, che rappresenta il fondamentalismo anti-religioso, facendo la figura di certi movimenti underground della gente di colore che ritengono di combattere il razzismo predicando il razzismo violento contro i bianchi e la discriminazione razziale tutta a favore dei colored. Insomma per dirla alla Ingmar Bergman una “immagine allo specchio”, cioè non un’affermazione della tolleranza, ma l’imposizione della intolleranza totale al contrario. Infatti Tosti ed i suoi si “battono” per l’annullamento dell’obiezione di coscienza a tutti i livelli (tutti abortisti ed eutanasisti per legge!), per l’abolizione dei Patti Lateranensi, per l’abolizione del matrimonio e del concetto attuale di famiglia incluso nella Costituzione, per la chiusura di tutto ciò che in un modo o nell’altro si ispira a principi affermati dal cristianesimo.

Il giudice Tosti forse non lo sa, ma ad esempio tra questi principi c’è anche l’istituzione degli ospedali, che erano i luoghi “organizzati preposti a lenire le sofferenze ed a curare i malati”. Questa dell’assistenza sanitaria divenne una questione centrale laddove cominciava ad affermarsi il Cristianesimo, perchè il malato, il sofferente rispecchiava la figura del Cristo e quindi sollecitava caritatevole solidarietà verso il prossimo. Nel 325 d.C. il Concilio di Nicea, oltre a stabilire il criterio per fissare la data della Pasqua, incoraggiò la Chiesa a provvedere “anche ai poveri, alle vedove e ai forestieri”, stabilendo la costruzione di un ospedale in ogni città dotata di cattedrale. E’ dalla parabola del Buon Samaritano che nacque l’idea dei posti di ricovero per malati, oltre che per pellegrini e bisognosi di ogni genere, che poi vennero annessi ad abbazie e monasteri. L’idea cristiana era alla base di questi hospitales, cioè luoghi dell’ospitalità, strutture a carattere caritatevole dove si assistevano tutti senza distinguere tra “paupertas et infirmitas”, ovvero tra povertà e malattia. Poi vorremmo chiedere al giudice Tosti quali testi si potrebbero oggi consultare da Erodoto a Tommaso d’Aquino se non fosse stato per l’impegno assiduo e spossante di centinaia, di migliaia di ferventi cristiani, gli amanuensi racchiusi per secoli nelle abbazie, che hanno raccolto e tramandato ai posteri tutto lo scibile umano prima che fosse inventata la stampa? O vogliamo distruggere e dimenticare tutta la bibliografia, la storia e la cultura pre-esistente al 1455, anno in cui Johann Gutemberg completò la stampa delle 80 copie della Bibbia a 42 linee con la tecnica dei caratteri mobili, solo perchè pratica ispirata dal Cristianesimo?

Per la cronaca, in primo grado il magistrato venne condannato ad un anno di reclusione ed all’esclusione dai pubblici uffici. Nel 2010 la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura lo “rimosse” dal suo incarico. Tuttavia, Luigi Tosti fu poi assolto in appello al termine di un procedimento giudiziario nel quale si stabilì che non commise il reato di omissione di atti d’ufficio. Ma che c’entrava questo con la prepotenza di imporre agli imputati una sua personale visione della religione dispotica ed arrogante tanto da rifiutarsi dal presiedere in aule col crocifisso appeso al muro? In quella occasione infatti, lui non si compiacque di essere stato assolto da un reato che non aveva commesso (ma chi diceva il contrario? Nessuno. Mah, ndr), ma del fatto che i suoi avvocati per difenderlo avessero riproposto la questione di legittimità del crocifisso nelle aule d’udienza.

Ancora una volta, quindi, torna alla ribalta e si ripropone l’annosa e mai risolta questione del crocifisso-sì o crocifisso-no, ovvero se l’esposizione dei simboli del Cristianesimo costituiscano una intollerabile prepotenza perpetrata nei confronti dei non-cristiani. I favorevoli ed i contrari espongono sempre le stesse motivazioni a sostegno delle rispettive tesi. I primi asseriscono che il cristianesimo in 2000 anni ha lasciato un’impronta indelebile sulla quale si sono plasmati il nostro modo di essere, la nostra civilità e la nostra cultura che in esso si specchia e si riflette. Gli oppositori invece affermano che in uno stato laico e nel quale vige la piena libertà religiosa l’esposizione dei simboli cristiani rappresentano una forzatura costituzionale ed una radicale imposizione autoritaria a favore di una sola religione, quella cattolica, stabilendo una intolleranza di fatto verso le altre confessioni, l’ateismo e l’agnosticismo.

Noi, semplicemente, pensiamo che la questione sia mal posta perchè condizionata da inutile retorica e da retropensieri politici piuttosto che basarsi su ragionamenti filosofici e sulla considerazione obbiettiva dei diritti fondamentali dell’uomo, tanto che l’attenzione è stata sviata dal vero dilemma, cioè se l’esposizione di un crocifisso leda o meno, o se in subordine condizioni od indirizzi, la libertà di fede e di coscienza dei non credenti o dei credenti di altre fedi religiose, a quello falso del perchè i cristiani dispongano del “privilegio” di poter esporre simboli della loro fede che altri non espongono, una congettura infondata che porta all’ovvia conclusione del “via tutti i simboli”. Noi questa impostazione non la condividiamo per niente e soprattutto ci insospettisce che a sostenere la tesi “laico-ateista”, che spesso e volentieri diviene in Italia una tesi laicista (non a caso laicista è la crasi di laic(o)-(ate)ista), ovvero l’affermazione del principio dell’intolleranza religiosa solo verso i cristiani, siano soprattutto quelli che poi dedicano una piazza al “cattolico” Don Gallo o che utilizzano senza alcun pregiudizio ideologico i voti dei cattolici laddove essi sostengono e permettono che governino giunte di sinistra, dal governo nazionale in giù, sino alle realtà locali.

Ora, ammettiamo per un momento che sia giusto rimuovere i crocifissi ed ogni altro simbolo del Cristianesimo (e del Cattolicesimo) dai luoghi pubblici, dalle scuole, dai tribunali e dagli ospedali. Poi che facciamo per essere coerenti con questa decisione? Cominciamo dagli atei e dai miscredenti, nella cui scia in anni recenti si sono messi soprattutto i clandestini musulmani che sono ben accetti perchè fanno numero e danno consistenza alle fila degli anticristiani. Per prima cosa dovremmo cominciare a riformare i calendari. Come fa un ateo ad accettare di festeggiare e di non andare a lavorare, chessò, il giorno del Natale di Gesù o della Pasqua di Rissurezione? E il primo di novembre o l’8 di dicembre, festività pagate e non lavorate, perchè atei, agnostici e musulmani non scendono compatti in piazza per rivendicare il diritto di andare a lavorare come in qualsiasi altro giorno feriale, mentre invece in quei casi si adeguano alla prassi prevalente ispirata da canoni religiosi cristiani ed accettano di venire pagati per starsene a casa od al mare come succede a Ferragosto, altra festa cristiana dedicata alla Vergine?

Ma questo sarebbe solo il principio. Con le chiese come la mettiamo? Più simboli del cattolicesimo di quelli non ci sono. Noi siamo consapevoli che le chiese col crocifisso sopra “danno fastidio” ad atei ed agnostici, forse faremmo prima a dire ai convinti più seguaci delle ideologie sinistrorse, e che per un fedele islamico la visione di una moschea con tanto di minareti sarebbe molto più gratificante della vista di una chiesetta e del suo relativo campanile romanico o rococò. Seguendo questa logica dovremmo, come prima cosa, abbattere San Pietro per spegnere il faro del cattolicesimo nel mondo per smettere di urtare la sensibilità dei non-cattolici e farla finita con la “propaganda fide” che l’immagine della Basilica e del suo principale inquilino fanno a danno e detrimento delle altre credenze o della vacuità dei miscredenti. Quindi demoliamo la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo e la sua struggente rappresentazione del “fondatore” del cristianesimo che giace morto nelle braccia della madre, trasformiamo in calcinacci l’Altare Maggiore disegnato dal napoletano Gian Lorenzo Bernini ed ingegnerizzato dal ticinese Francesco Castelli (detto il Borromini). Naturalmente per completare l’opera dovremmo abbattere e sostituire con ascensori la Scalinata di Trinità de’ Monti, a Piazza di Spagna a Roma, perchè conduce alla chiesa della Santissima Trinità la cui sagoma al tramonto si allunga sinistramente giù, verso via Frattina e Via Condotti su atei, miscredenti, confuciani, scintoisti, ebrei, induisti e musulmani, causando loro atroci sofferenze esistenziali ed invincibili tormenti dell’anima.

Fonte: http://www.qelsi.it/2014/le-radici-cristiane-sono-il-nostro-dna-che-nulla-o-nessuno-potra-mai-cancellare/

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Intervento di Matteo Salvini al Parlamento Europeo!

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BORGHEZIO: ” Non male il gruppo misto”

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“Già nell’ultimo periodo della scorsa legislatura ero stato relegato fra i ‘Non iscritti’ (terminologia ghettizzante con cui al P.E. è denominato il ‘gruppo misto’) dove, per dirla tutta, mi sono trovato benissimo in compagnia dei Le Pen.

Se per qualche tempo – probabilmente breve – ora tutta la delegazione della Lega sarà allocata fra i ‘Non iscritti’, da un preteso “male” nascerà un “bene”: dimostriamo così che, pur di non fare aggregazioni dubbie, scegliamo di rinunciare a soldi, surplus di funzionari e vantaggi vari. Filosofia grillina allo stato puro, ma attuata”.

 

Queste le parole dell’Onorevole Mario!!

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SOVRAFFOLLAMENTO CARCERI – detenuti risarciti con 8 euro al giorno e sconti di pena

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NON CI SONO I SOLDI PER I NOSTRI DISOCCUPATI, PENSIONATI O PER DIMINUIRE LE TASSE. CI SONO I SOLDI PER RISARCIRE I CRIMINALI (8 EURO AL GIORNO) O PER PAGARE LE TANGENTI. L’UNICA CONSOLAZIONE È CHE CI SONO ANCORA TANTE PERSONE PER BENE CHE LOTTANO PER CAMBIARE LE COSE

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“Mare Nostrum va fermata subito, è un’operazione demenziale”

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«Mare Nostrum va fermata subito, è  un’operazione demenziale che porta morte ai disperati e fame agli  italiani, che non ne possono più». Lo ha affermato il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, contestando le dichiarazioni, fatte in aula al Senato dal sottosegretario Delrio, secondo cui l’Italia deve essere orgogliosa di Mare Nostrum e che il governo non ha intenzione di  interrompere l’operazione.   «Domenica e lunedì – ha quindi annunciato Salvini –  andrò in Sicilia perchè la Lega vuole fermare gli sbarchi. Stiamo assistendo a uno sconcio: il Pd – ha attaccato il  segretario della Lega – è corresponsabile di ogni singolo morto in mare e di ogni italiano che non mangia per colpa degli sbarchi».
Il segretario del Carroccio tornerà quindi nell’Isola per una due  giorni siciliana dopo la sua visita durante la campagna elettorale  elezioni europee. Domenica prossima, 15 giugno alle 17, Salvini sarà a Maletto, in provincia di Catania, dove la Lega è stata, in  percentuale, il partito più votato nella recente tornata elettorale.  L’indomani, lunedì 16 giugno, a partire dalle 9.30, tornerà invece ad Augusta, nella Vecchia Darsena per manifestare nuovamente «contro  l’immigrazione clandestina». Il leader della Lega sarà  accompagnato dal deputato nazionale, Angelo Attaguile, e da Giancarlo  Giorgetti, capogruppo  della Lega Nord e Autonomie alla Camera.
Sull’operazione Mare Nostrum ieri è tornato anche l’assessore  all’Economia, Crescita e Semplificazione della Regione Lombardia,
Massimo Garavaglia. 
«Con Mare Nostrum siamo in alto  mare», ha dichiarato Garavaglia,  a  margine della Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome che  si è riunita ieri a Roma. L’esponente del Carroccio ha fatto riferimento anche alle parole del  sindaco di Roma Ignazio Marino riguardo all’emergenza sanitaria posta  dalla questione immigrazione. «È slittata alla prossima settimana la discussione sulla  questione immigrazione. Noi pensiamo sia logico – ha proseguito –  in una paese normale, assicurarsi che non ci siano problemi dal punto di vista sanitario  prima di consentire l’uscita degli immigrati dai centri di  accoglienza. Tra l’altro quando Salvini diceva le stesse cose gli  davano del pazzo», ha concluso Garavaglia.

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Inchiesta Mose, l’ex manager Baita: “Mai pagato mazzette ai leghisti”

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Il sistema ideato dall’ingegner Giovanni Mazzacurati, alla guida del Consorzio Venezia Nuova dal 1982 al 2013, prevedeva il pagamento di tangenti, anche sotto forma di finanziamenti illeciti, ad esponenti di Forza Italia e Pd ma non alla Lega Nord. E’ quanto spiega Piergiorgio Baita, l’ex manager della Mantovani, primo socio del Consorzio Venezia Nuova, arrestato lo scorso anno con l’accusa di false fatturazioni e uscito dall’inchiesta patteggiando un anno e dieci mesi e collaborando con gli inquirenti. Secondo il quotidiano Il giornale di Vicenza, nel corso dei suoi interrogatori fiume, alla domanda dei pm Ancillotto e Buccini l’amministratore della Mantovani avrebbe risposto: «No, non c’era alcun serio rapporto con la Lega Nord. Mai pagato mazzette ai leghisti».
Assodata l’estraneità del Carroccio nel giro di tangenti del Mose ci sono da registrare però le molteplici smentite dei protagonisti. In particolare di Mazzacurati che in un’intervista ai quotidiani Repubblica, Stampa e Il Mattino, parla di tangenti per 100 milioni di euro l’anno affermando che «attorno al Mose si è sviluppata la piovra del consorzio» e che «decideva tutto il presidente Mazzacurati».
Mazzacurati, che non è indagato e che attualmente si trova all’estero, non ci sta ad essere indicato come l’artefice unico del meccanismo di fondi neri e attraverso il proprio legale corregge le dichiarazioni di Baita. «Il mio assistito – dice il legale -ha preso atto delle sconcertanti dichiarazioni di Baita. Noi abbiamo un profilo differente e riteniamo che il tutto sia da affidare all’Autorità giudiziaria». L’avvocato non spiega tuttavi che cosa in particolare Mazzacurati voglia contestare: «L’ingegnere – si limita a far sapere – avrebbe molto da dire sul punto, ma non riteniamo che sia opportuno e neppure il momento per farlo».
«Estraneo ai fatti» si dice, davanti ai magistrati, anche il sindaco Pd di Venezia Giorgio Orsoni, così come d’altra parte ha fatto anche l’ex governatore Giancarlo Galan, mentre il deputato del Pd Davide Zoggia diffonde una nota stampa per smentire un articolo di Repubblica nel quale viene accusato di avere ricevuto «65mila euro per la campagna elettorale». «Debbo precisare con forza – scrive il deputato veneto del Pd – di non avere mai ricevuto gli importi riportati dal signor Brentan e di non aver mai conosciuto il signor Baita che non mi risulta essere stato presente alla cena elettorale alla quale ho partecipato. Per tale motivo mi riservo di agire presso ogni competente sede per la tutela della mia onorabilità da strumentalizzazioni con le quali si tenta di accomunare il mio nome all’indagine sul Mose condotta dalla procura della Repubblica di Venezia».
La versione integrale sul quotidiano

07 Giugno 2014 – 18:14

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